Ci risiamo.
Arriva la fine dell’anno e parte il solito valzer: numeri che girano, tabelle che scorrono, riunioni che si rincorrono e promesse che già camminano verso il futuro. I bilanci entrano in pista come ballerini ben vestiti, sotto i riflettori. Ma fermiamoci un attimo: a cosa – o a chi – servono davvero quei numeri che aspettiamo con tanta impazienza?
In teoria, i numeri dovrebbero aiutarci a voltare lo sguardo indietro, capire dove siamo passati e decidere dove andare. In pratica, spesso diventano prove da esibire, medaglie da lucidare, giustificazioni per quello che è stato fatto… o che sarebbe dovuto accadere.
Ogni anno maneggiamo dati di natura diversa. Alcuni ci vengono incontro come obblighi di legge: il bilancio, ad esempio, è un passaggio obbligato, una porta da attraversare per determinare tasse e adempimenti. Altri dati, invece, li andiamo a cercare noi: produttività, scarti, costi di manutenzione, OEE. Sono numeri che dovrebbero farci orientare, come cartelli lungo una strada industriale.
Poi c’è un secondo aspetto, spesso sottovalutato ma decisivo: a chi sono destinati quei numeri. Alcuni restano dentro l’organizzazione, tra chi guida, corregge la rotta e prende decisioni. Altri escono dai confini aziendali e vanno verso enti di controllo, società capogruppo, occhi esterni che giudicano.
Questa distinzione, che sembra un dettaglio, cambia completamente la storia.
Se il dato serve a me, che devo decidere come muovermi domani, ho tutto l’interesse che sia solido, realistico, il più vicino possibile al terreno che sto calpestando. Certo, entro i limiti del costo e dello sforzo necessari per renderlo più accurato.
Se invece il dato deve essere esibito a qualcun altro, magari a chi assegna premi o incentivi, allora la tentazione è forte: renderlo più bello, più brillante, più presentabile. E in quel momento i numeri iniziano a scivolare, a essere piegati, stirati, “trattati male” finché non raccontano la storia che ci fa comodo.
In salute e sicurezza questo meccanismo è ancora più evidente.
Comunichiamo gli infortuni all’INAIL. Con il DL 159 comunichiamo anche i near miss. Ma fermiamoci di nuovo: sono davvero dati utili? Un basso indice infortunistico ci permette davvero di intravedere il futuro? Ci aiuta a decidere dove investire in sicurezza l’anno prossimo? Non se investire – quello lo do per scontato – ma dove mettere energia, tempo e risorse.
Nella maggior parte dei casi questi numeri sono fragili. Gli eventi sono pochi, fortunatamente troppo pochi per avere una reale significatività statistica. Ma soprattutto non ci raccontano cosa sta accadendo ogni giorno, né come un potenziale esito negativo si trasformi, passo dopo passo, in un esito positivo.
Non ci dicono come l’organizzazione costruisce la propria capacità di far andare bene le cose: le scorciatoie intelligenti, le competenze tacite, le esperienze vissute che assorbono la variabilità quotidiana e la smorzano prima che diventi incidente.
Guardare solo quei numeri è come pianificare una vacanza basandosi su una previsione meteo fatta una volta al mese: rassicurante sulla carta, pericolosamente fuorviante nella realtà.
E torniamo alla domanda chiave: a chi servono davvero quei dati?
Se l’uso è interno, non c’è motivo di mentire. Anzi, più il numero è scomodo, più è prezioso per decidere come muoversi.
Ma quando quei dati finiscono nelle mani di chi può influenzare le nostre sorti, il rischio cambia passo. Gli infortuni lievi diventano medicazioni. Quelli più seri si trasformano in incidenti domestici, magari con tanto di cambio d’abito. E così le informazioni che avrebbero potuto guidare decisioni migliori escono di scena, dietro le quinte del teatro della sicurezza.
Il copione peggiora quando i numeri sono legati a obiettivi. Se devo raggiungere una quota annuale di near miss segnalati, improvvisamente tutto diventa un near miss. Poi, una volta raggiunto il target, l’attenzione rallenta, devia, e proprio l’evento più significativo – quello che avrebbe potuto fare la differenza – rischia di passare inosservato.
L’augurio, allora, è semplice ma tutt’altro che facile: guardare i numeri per quello che sono, senza inginocchiarsi davanti a loro. Usarli come segnali, non come trofei. E soprattutto affiancarli alle persone, alle difficoltà reali, alle pressioni quotidiane, agli obiettivi che tirano in direzioni opposte e che, insieme, hanno generato quei numeri.
Perché i dati, da soli, non raccontano la verità. E come ricordava Coase, se li torturi abbastanza a lungo, prima o poi confesseranno qualsiasi cosa tu voglia sentire.