No, non il "Teatro della Sicurezza" – di quello parleremo un'altra volta. Questa è la storia di una serata speciale, nata da una di quelle coincidenze che sembrano capitare solo quando l’universo decide di regalarti un’esperienza indimenticabile.
Così, quasi per caso, mi sono trovato in platea ad assistere a "Odissea", lo spettacolo di Andrea Pennacchi,
attore veneto dalla verve irresistibile, che con la sua voce e tre musicisti ha ridato vita alle avventure di Odisseo.
Ma la vera magia non è stata solo nella storia in sé. Due cose mi hanno colpito profondamente, e me le porto ancora dentro.
In sala c’era un pubblico variegato: adulti, qualche anziano, e persino bambini. Tra questi, mio figlio di 12 anni, che forse non ha afferrato ogni battuta, ma non ha staccato gli occhi dal palco neanche per un secondo.
E non era l’unico. A parte qualche irriducibile distratto dallo smartphone, tutti erano lì, incantati: bocche semiaperte, risate pronte, silenzi carichi di aspettativa. Le parole di Pennacchi, la musica, la scena – tutto concorreva a creare un sortilegio collettivo.
E ho pensato ad Andrea Cirincione, e al potere delle storie nei nostri corsi sulla sicurezza. Perché raccontare (e farsi raccontare) esperienze non è solo didattica: è immergersi nella vita vera, fissare ricordi, costruire competenza. Una storia ben narrata ti trascina dentro, ti fa vivere le emozioni del protagonista, ti lega a lui. E quando esci dal teatro (o dall’aula), qualcosa di quella storia rimane con te.
Andrea Pennacchi, in scena, è un giullare moderno: con la sua parlata veneta, l’espressività da osteria e la battuta pronta, strappa risate senza sforzo. Ma non è un semplice comico. Come i giullari di corte, che tra una risata e l’altra dicevano al re ciò che nessun altro osava confessare, anche Pennacchi usa l’ironia per svelare verità scomode.
E così, mentre racconta l’approdo di Odisseo sull’isola di Circe, arriva il momento in cui il re, prima di mandare Euriloco in avanscoperta, gli dice: "Andate, ma fate attenzione!".
Pennacchi fa una pausa, socchiude gli occhi e commenta con tono beffardo:
" Sto entrando in una foresta sconosciuta, è ovvio che sto attento. Ma adesso che me l’hai detto se succede qualcosa vuol dire che è colpa mia, no? "
Il pubblico scoppia a ridere. Perché tutti riconoscono, in quelle parole, una dinamica fin troppo familiare: quante volte, sul lavoro, avvertimenti generici servono solo a scaricare responsabilità? "Te l’avevo detto" non è prevenzione, è un alibi.
E qui sta il genio del giullare: fa ridere, ma mentre ridi, ti accorgi che sta puntando il dito contro qualcosa di marcio. Perché la sicurezza non è (solo) questione di attenzione personale. Il contesto conta: rumori, pressioni, obiettivi contrastanti possono far perdere la concentrazione anche al più diligente dei lavoratori.
E allora spero, citando l’esperienza di Gerben Bekooy, che questa verità svelata dal giullare tra una risata e l’altra, non rimanga confinata al teatro. Che qualcuno, là fuori, la ascolti davvero – e agisca sul contesto, invece di limitarsi a chiedere "stai più attento".
Perché a volte, per cambiare le cose, servono più giullari e meno sermoni.