Se anche tu, parlando di sicurezza sul lavoro, hai mai pensato che "noi siamo particolari, in Italia queste cose non possono funzionare", ti consiglio di fermarti e leggere quello che ho da dirti. Potrebbe stupirti.
Quando si parla di Sicurezza Produttiva nelle aziende italiane, l'obiezione più comune che emerge è quasi sempre la stessa: "Da noi non può funzionare, c’è troppa burocrazia”.
È un'obiezione comprensibile ma è anche completamente capovolta.
Perché quella stessa "italianità" che viene percepita come il problema, quando la guardi con gli occhi giusti, si rivela essere esattamente la soluzione. Anzi: una delle risorse più preziose che un sistema di sicurezza moderno possa desiderare.
Qualche tempo fa, stimolato da un articolo, ho iniziato a scavare nel concetto di Italian Ingenuity — l'ingegno italiano — così come viene descritto e studiato fuori dai nostri confini.
Quello che ho trovato mi ha sorpreso, nel senso migliore del termine.
A livello globale, l'espressione Italian Ingenuity non indica solo la creatività o il buon gusto per cui siamo famosi nel design e nella moda. Indica qualcosa di più specifico e, per certi versi, più prezioso: la nostra straordinaria capacità di navigare sistemi complicati, aggirare gli ostacoli e trovare soluzioni brillanti laddove, sulla carta, non ce ne sarebbero. Una definizione moderna (Widianto Utomo, 2025) la descrive come l'abilità di essere "scaltri o abili nel concepire o combinare cose", integrando estetica, funzionalità e flessibilità in modo quasi istintivo.
In una parola: l'arte di arrangiarsi.
Un termine che noi stessi usiamo spesso con una punta di imbarazzo, come se fosse qualcosa di cui scusarsi. E che invece, nel resto del mondo, viene studiato come un vantaggio competitivo.
In una grande acciaieria italiana, un sensore termico ad alta precisione si rompeva continuamente a causa delle vibrazioni. Dopo averlo sostituito diverse volte con ricambi originali gli operai notarono che un semplice cacciavite inserito in una fessura del supporto smorzava le vibrazioni meglio di qualsiasi pezzo di ricambio ufficiale.
Quello che a prima vista potrebbe sembrare un attrezzo lasciato in una macchina e quindi motivo di richiamo diventa in realtà un adattamento resiliente che permette alla produzione di continuare, evitando fermi impianto per la sostituzione del sensore. Ma non solo, garantisce anche una maggiore sicurezza in virtù della maggiore affidabilità dello strumento.
Qui entra in gioco uno dei passaggi più interessanti di questo ragionamento.
Nella letteratura scientifica sulla sicurezza, quel cacciavite che fissa il sensore rappresenta un concetto che si chiama local ingenuity — ingegnosità locale. È definita come quell'insieme di pratiche e soluzioni che i lavoratori sviluppano da soli, spesso in silenzio, per tenere in piedi un sistema che altrimenti traballerebbe.
Non sono pratiche previste dai manuali. Non le trovi nelle procedure ufficiali. Si trasmettono informalmente, di collega in collega, come un sapere artigianale che vive nei gesti quotidiani più che nelle parole. Un bottiglia di plastica tagliata che diventa un imbuto, un inginocchiatoio che diventa un comodino, un utensile fatto in casa per fare meno fatica e, forse, anche i proverbiali nastro adesivo e filo di ferro. Piccoli adattamenti invisibili che fanno la differenza tra un sistema che funziona e uno che si inceppa.
Questo sapere — che la ricerca chiama anche "sicurezza vernacolare", quasi fosse un dialetto della sicurezza che i tecnici parlano tra loro — rivela sempre la presenza di un divario. Il divario tra il Lavoro-come-Immaginato da chi progetta le procedure e il Lavoro-come-Eseguito da chi le applica ogni giorno sul campo.
L'operatore in prima linea, ogni giorno, colma quel divario con il proprio ingegno. Lo fa perché deve. Lo fa perché il lavoro reale non è deterministico e ripetitivo come le formule di un foglio Excel.
Suona familiare?
Non è una frase a caso ma un tipico esempio di ingegnosità sviluppato per l’avvicinamento all’aeroporto di Samos in Grecia, noto per essere uno dei più difficili d'Europa a causa del terreno montuoso e dei forti venti.
Le procedure ufficiali prevedono virate basate su strumenti e condizioni di allineamento difficili da seguire mantenendo il contatto visivo con la pista, richiedendo di abbandonare diverse volte l’atterraggio. E si sa che un aereo che tenta più volte l’atterraggio diventa un problema, sia per il costo per le condizioni di sicurezza in aria ed a terra.
I piloti esperti svilupparono un metodo non ufficiale ma estremamente efficace: allineavano una specifica vite della cornice del finestrino del cockpit con un particolare scoglio sulla costa. Quando la vite "toccava" il punto di riferimento a terra, il pilota sapeva che era il momento esatto per iniziare la virata finale. Era un sistema di navigazione non ufficiale ma maledettamente preciso, in grado di evitare inutili go-around, con un miglioramento dei tempi di rotazione e della sicurezza.
La cosa straordinaria riguarda il fatto che è stato creato direttamente dai lavoratori per gestire l'incertezza che i manuali non riuscivano a coprire.
Fin qui, tutto sembra una storia a lieto fine. E in parte lo è. Ma c'è un passaggio che non possiamo saltare.
L'approccio tradizionale alla sicurezza — quello che ancora domina la gran parte delle aziende italiane — guarda a questa variabilità come a un problema. Una deviazione da correggere. Un segnale che qualcosa non va. Così costruisce montagne di burocrazia per ricondurre tutto all'ordine, per forzare la conformità, per fare in modo che nessuno si prenda la libertà di adattare nulla.
Il risultato è che l'ingegno sparisce dalla superficie. Non scompare davvero — continua a muoversi sottotraccia, a fare il suo lavoro silenzioso — ma nessuno lo vede più, nessuno lo nomina, nessuno lo studia. E soprattutto, nessuno lo migliora.
Peggio ancora: i lavoratori imparano a non parlare delle loro soluzioni. Perché se le mostri, rischi di sentirti dire che stai violando la procedura. Meglio tenere il libretto nero nel cassetto e fare finta di niente. Inutile farsi vanto di aver costruito un attrezzo che funziona se poi ci verrà tolto dato che non è marcato CE.
Questo non significa che vada bene farsi gli attrezzi in casa, ma far finta che non ci siano non aiuta a risolvere i problemi, quando invece vanno affrontati di petto. Le domande che ci dovremmo porre sono “perché qualcuno è stato costretto a costruirsi un attrezzo in casa?”, “quali sono le difficoltà che incontrano nello svolgere le loro attività con gli attrezzi che gli abbiamo fornito?”
Quando rispondiamo a queste domande miglioriamo la sicurezza ma anche la produttività.
Non porsi queste domande significa smettere di imparare. E un sistema che non impara, tardi o presto, si trova a fare i conti con una sorpresa sgradevole.
La Sicurezza Produttiva — cioè l'approccio che portiamo nelle aziende manifatturiere — parte da una premessa esattamente opposta.
I lavoratori non sono un problema da controllare. Sono la principale risorsa di flessibilità e resilienza di cui un'organizzazione dispone.
Quella bottiglia tagliata, quell’attrezzo fatto in casa, quel modo non scritto di fare le cose che il veterano trasmette al nuovo arrivato non sono segnali di un sistema che non funziona. Sono segnali di un sistema che funziona grazie alle persone, non nonostante loro.
La domanda giusta, quindi, non è "come eliminiamo queste deviazioni?" ma "cosa possiamo imparare da questi adattamenti? Dove ci segnalano che il design ufficiale non tiene il passo con la realtà?"
Incoraggiare i lavoratori a condividere la loro local ingenuity — renderla visibile, studiarla, istituzionalizzarla dove ha senso — permette di attivare una resilienza organizzativa autentica. Non quella scritta nei documenti. Quella che cammina sulle gambe delle persone.
Il punto è che in Italia abbiamo già, dentro la nostra cultura del lavoro, una delle materie prime più preziose che questo approccio richiede: la capacità naturale di adattarsi, di trovare la via anche quando la strada ufficiale è sbarrata, di non bloccarsi davanti all'imprevisto ma di andargli incontro.
Quello che manca non è l'ingegno. Manca un sistema che lo riconosca, lo ascolti e lo trasformi in apprendimento collettivo invece di lasciarlo vivere in clandestinità.
Dire che da noi non funziona, in fondo, assomiglia molto a quella "cultura degli alibi" di cui parlava Velasco: quella tendenza a trasformare le caratteristiche del proprio contesto in una scusa per non fare, invece che in un punto di partenza per fare meglio.
L'arte di arrangiarsi non è il nostro limite. È il nostro punto di partenza.
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P.S. — Un ringraziamento a Frank Merenda, la cui ispirazione è stata il primo mattone di questo ragionamento. Vale la pena leggere il suo articolo tutto d'un fiato (link https://frankmerenda.substack.com/p/stamattina-8-miliardi-di-persone)