È arrivato il rapporto della Commissione Parlamentare sull’incidente di Brandizzo e, leggendo le prime righe c’è stata l’impressione di vedere finalmente un balzo in avanti nel modo di gestire la sicurezza. Purtroppo le indicazioni pratiche hanno subito smentito la mia speranza.
Mi spiego meglio.
Nella parte introduttiva si parla di come il contesto organizzativo e quello ambientale possano influenzare i comportamenti dei lavoratori e la sicurezza psicologica, e di come la sicurezza psicologica possa permettere di adattarsi alle variabilità che ogni giorno si affrontano negli ambienti di lavoro.
Per i non addetti ai lavori, si parla di Sicurezza Psicologica per identificare quella condizione in cui il lavoratore si sente al sicuro perché:
Con questi presupposti non vengono nascoste informazioni importanti.
La relazione parla di “situazioni lavorative complesse”, ma poi ricade nel classico approccio lineare, caratterizzato dalle relazioni causa-effetto, che non riesce a spiegare i sistemi complessi.
La commissione ammette che ci sono degli ostacoli che impediscono di lavorare in sicurezza, ma nessuno arriva a chiedersi “perché ha senso tenere un determinato comportamento in determinate condizioni, particolarmente sotto la pressioni di obiettivi diversi e spesso contrastanti?”.
La domanda deriva proprio dal fatto che i sistemi lavorativi hanno la caratteristica di essere complessi, quindi
presentano variabilità e, di conseguenza, lo stesso comportamento potrebbe non avere sempre senso.
Quella domanda ci dice che se per un lavoratore aveva senso comportarsi in quel modo (che riteniamo sbagliato), allora può avere senso anche per altri suoi colleghi nelle stesse condizioni.
E invece di modificare le condizioni che mettono i lavoratori davanti a scelte sbagliate si ricade sempre sull’imposizione di un unico comportamento corretto.
I comportamenti non si cambiano per imposizione, ma attraverso una modifica del contesto.
La relazione evidenzia la necessità di una valutazione dei rischi anche dal basso, come se fosse una grande scoperta, quando il sistema di prevenzione del Testo Unico si basa anche sulla collaborazione e sulla responsabilizzazione di tutte le figure, compresi i lavoratori.
La Commissione accetta che ci sia una grossa competenza anche in prima linea; ma la stessa competenza
sembra sparire quando si suggerisce di controllare i lavoratori in modo più serrato da parte di controllori che non sempre sanno svolgere operativamente le attività che devono controllare e che non sono immersi nello stesso contesto lavorativo (fatica, turni, clima, …).
Il riferimento al principio di precauzione è corretto, in base al quale si deve anticipare il rischio. Non dobbiamo però dimenticare che il sistema complesso è caratterizzato da reazioni non proporzionali (il proverbiale battito d’ali della farfalla che genera un uragano dall’altra parte del mondo) e, di conseguenza, non è sempre possibile conoscere completamente il sistema e per poter anticipare il rischio.
A posteriori, invece, siamo in grado di spiegare tutto; ecco perché lunedì mattina siamo tutti “allenatori” e sappiamo cosa sarebbe stato necessario fare o non fare.
La recente esperienza sui principi della resilienza dimostra che è più utile imparare a gestire la variabilità e prevenire i rischi in prima linea.
Superata l’introduzione teorica del Rapporto, si passa a discutere il caso specifico dell’incidente di Brandizzo, tornando agli anni di Heinrich. I metodi che la Commissione suggerisce per contrastare questo fenomeno sono:
Secondo la commissione andrebbero rinforzati anche gli strumenti per il Whistleblowing. È evidente che questi strumenti, seppure utili, parlino di un concetto di sicurezza psicologica ancora molto distante.
Per concludere: ho l’impressione che nei palazzi del potere ci siano dei timidi segni di innovazione nel modo di gestire la sicurezza, che poi finiscono imbrigliati nelle vecchie teorie e nei metodi classici. Ovviamente non dobbiamo abbandonare del tutto il vecchio pensiero, in alcuni casi ha salvato vite, ma se fosse la soluzione a tutto non dovremmo avere una media di 3 morti sul lavoro a giorno da oltre 30 anni.